GALILEOCONSULENZE
/
Torna agli insights

Strategia · 12 ottobre 2026 · 7 min

Musk mette satelliti in orbita. Noi mettiamo le idee in attesa di autorizzazione

La burocrazia è nemica della creatività quando pretende di conoscere tutte le risposte prima di permetterci di fare il primo tentativo. Il fallimento più silenzioso è quello di un’impresa che nessuno ha avuto il coraggio di iniziare.

Musk mette satelliti in orbita. Noi mettiamo le idee in attesa di autorizzazione

La burocrazia è nemica della creatività quando pretende di conoscere tutte le risposte prima di permetterci di fare il primo tentativo.

Io penso che uno dei costi più pesanti del nostro sistema non compaia in nessun bilancio: sono le idee che non vengono nemmeno provate.

Un nuovo prodotto, un servizio, una soluzione a un problema concreto. L’intuizione arriva, si intravede un mercato, si comincia a ragionare. Poi qualcuno domanda: «Hai pensato alle autorizzazioni, agli adempimenti, ai pareri, alle responsabilità?».

E l’entusiasmo diventa esitazione.

Non sappiamo quante idee vengano abbandonate in Italia per questo motivo. Sarebbe scorretto inventare un numero. Ma ritengo che la paura di affrontare il percorso amministrativo possa scoraggiare un progetto prima ancora che il mercato abbia la possibilità di giudicarlo.

Il fallimento più silenzioso è quello di un’impresa che nessuno ha avuto il coraggio di iniziare.

Prima di chiamarla R&D, la chiamavamo ingegno

Oggi parliamo di R&D, Research & Development. Un reparto, un budget, una funzione aziendale.

In tante officine e imprese italiane, quella spinta aveva un nome più semplice: trovare una soluzione.

Una macchina che lavorava meglio. Un imballaggio che proteggeva di più usando meno materiale. Un prodotto più facile da utilizzare. Un processo che faceva risparmiare tempo.

Non tutta la creatività è ricerca e sviluppo in senso tecnico. Ma molta innovazione nasce proprio lì: nella capacità di osservare un problema e immaginare come risolverlo.

Dal mio punto di vista, organizzare questa capacità è necessario. Imbrigliarla in procedure che assorbono più energie della sperimentazione è un errore.

Il genio italiano non può diventare una voce da rendicontare prima di diventare qualcosa da provare.

La burocrazia ha un costo. Anche quando la chiamiamo prudenza

L’indagine BEI sugli investimenti del 2025 stima il costo del personale impiegato negli adempimenti normativi nell’1,1% del fatturato delle imprese europee, che sale all’1,8% per le piccole e medie imprese. È una stima basata sui costi salariali, non il conto completo della burocrazia.

Dietro queste percentuali ci sono ore di lavoro, competenze e denaro.

Risorse che potrebbero contribuire a migliorare un prodotto, cercare clienti, sperimentare una tecnologia.

Le regole devono proteggere persone, concorrenza e ambiente. Ma quando si sovrappongono, cambiano continuamente o producono risposte in tempi imprevedibili, finiscono per proteggere soprattutto chi può permettersi di gestirle.

Una grande azienda assorbe il costo. Una piccola impresa può rinunciare.

Mentre noi discutiamo dell’impossibile, qualcuno lo costruisce

Uso spesso questa frase: «Mentre noi pensiamo che sia impossibile, Elon Musk mette un altro satellite attorno alla Terra».

All’11 ottobre 2026, il monitoraggio dell’astronomo Jonathan McDowell contava 11.131 satelliti Starlink in orbita. Il numero comprende anche satelliti in salita, in riposizionamento o in dismissione: non significa che tutti siano già nella configurazione operativa finale.

Anche SpaceX ha dovuto spiegare i propri progetti e ottenere autorizzazioni. Nel 2022, per esempio, la FCC autorizzò inizialmente 7.500 satelliti della seconda generazione, rinviando la decisione sul resto della richiesta. Il progetto ha quindi potuto avanzare per fasi.

Ed è proprio questo il punto.

Se fosse stato necessario approvare ogni futura evoluzione dell’intero progetto prima di consentire il primo passo, forse una parte di quel futuro sarebbe ancora a terra. È una mia considerazione, non un fatto dimostrabile.

Il mondo cambia quando qualcuno mette in discussione ciò che viene considerato possibile, forza le consuetudini e pretende che anche le regole sappiano evolvere.

Servono percorsi che consentano di sperimentare, misurare i risultati e correggere gli errori. Pretendere certezza assoluta prima di iniziare significa spesso autorizzare soltanto ciò che esiste già.

L’Europa vuole innovazione. Ma sa far crescere chi innova?

Dire che l’Europa sia fuori da ogni grande business sarebbe falso. Abbiamo imprese, tecnologie e competenze straordinarie.

Io penso però che rischiamo di diventare sempre più clienti dei nuovi mercati globali e sempre meno protagonisti.

L’accesso al credito è una parte del problema. Ma un prestito bancario e un investimento in un progetto innovativo sono strumenti diversi: il primo deve essere restituito, il secondo accetta il rischio in cambio di una crescita futura.

Per un’impresa che ha soprattutto competenze, software o brevetti, trovare capitali disposti a sostenere quella crescita è decisivo.

Il rapporto Draghi del 2024 riportava un dato significativo: tra il 2008 e il 2021, quasi il 30% degli “unicorni” fondati in Europa — startup arrivate a valere oltre un miliardo di dollari — aveva trasferito la sede all’estero, prevalentemente negli Stati Uniti. È un dato storico, ma descrive bene il problema di trattenere le imprese quando diventano grandi.

A questo si aggiungono energia, competenze e frammentazione del mercato. Nell’indagine BEI 2025, il 75% delle imprese UE indicava i costi energetici come ostacolo agli investimenti. Inoltre, il 62% delle imprese esportatrici nell’UE dichiarava di dover rispettare requisiti, standard o regole di tutela dei consumatori differenti tra Paesi membri.

Ci definiamo mercato unico. Per chi deve sviluppare un’impresa, spesso non lo siamo abbastanza.

L’automotive ci riguarda tutti

L’automotive è il settore che rende più visibile questa tensione.

Parlare di collasso dell’intero comparto sarebbe impreciso: nei primi otto mesi del 2026 le immatricolazioni nell’UE sono cresciute del 5,3%. Ma le vendite complessive non raccontano, da sole, la competitività dei produttori europei o la salute delle loro filiere.

La mia preoccupazione è che una transizione industriale così profonda venga affrontata senza sufficiente coerenza tra obiettivi, energia, infrastrutture, capitali e capacità produttiva.

Non possiamo chiedere alle imprese di cambiare tutto e lasciare che ogni passaggio diventi una corsa a ostacoli. E le imprese, a loro volta, devono investire e assumersi la responsabilità delle proprie scelte: la burocrazia non spiega ogni ritardo.

Diamo alle idee la possibilità di sbagliare

Dal mio punto di vista, sostenere l’impresa significa rendere concreto il primo passo: tempi certi, responsabilità chiare, adempimenti proporzionati, capitali per crescere e spazi per sperimentare.

La creatività ha bisogno di poter tentare. Anche di poter fallire, imparare e ripartire.

Un’idea può fallire perché il mercato non la vuole. È molto più grave quando muore perché nessuno vuole affrontare la procedura per provarla.

Alla fine, la domanda che mi faccio è questa:

Quante idee stiamo perdendo mentre ci congratuliamo per aver rispettato tutte le procedure?

Insights

Ogni progetto comincia da una conversazione.

Contatta Galileo